Crisi: fattorie in declino, scomparsi 2mln di mucche, maiali e capre

martedì 20 Gennaio 2015 di Staff Giovani Impresa

Addio alla vecchia fattoria in Italia, dove sono scomparsi oltre 2 milioni di mucche, maiali, pecore e capre dall’inizio della crisi. L’allarme è stato lanciato proprio in occasione della festa di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e patrono di tutti gli allevatori. Sono migliaia gli allevatori, provenienti da tutta Italia, che si sono dati appuntamento nella piazza di San Pietro per partecipare alla Messa celebrata dal Cardinale Angelo Comastri, e visitare la fattoria a cielo aperto allestita davanti al colonnato del Bernini dall’Associazione italiana allevatori (AIA).
Stalle, pollai e ovili italiani hanno iniziato a svuotarsi dal 2008, con una perdita che, solo tra gli animali più grandi, conta una riduzione di circa 1 milione di pecore, agnelli e capre, 800mila maiali e 250mila bovini e bufale. Un crollo che rischia di compromettere anche la straordinaria biodiversità degli allevamenti nazionali, dove ben 130 razze sono minacciate di estinzione: 38 specie di pecore, 24 di bovini, 22 di capre, 19 di equini, 10 di maiali, 10 di avicoli e 7 di asini (ultimi dati Piani di Sviluppo Rurale).

Dell’asino romagnolo, noto per il suo temperamento vivace, sono rimasti solo 570 esemplari impegnati nella produzione di latte uso pediatrico e per l’onoterapia. Della capra Girgentana, dalle lunghe corna a forma di cavaturacciolo, si contano circa 400 capi per la produzione di latte destinato alla Tuma ammucchiata (formaggio nascosto), stagionata in fessure di muro in gesso e/o pietra, che in passato venivano murate per nasconderle ai briganti. Ma ci sono anche la gallina di Polverara, ritratta con il caratteristico ciuffo fin dal 1400 in quadri e opere, conservati anche nei Musei Vaticani, la Mora romagnola, una curiosa razza di maiale dal mantello nerastro, con tinte dell’addome più chiare, i bovini di razza Garfagnina con mantello brinato e pelle di colore ardesia, che annovera una popolazione di appena 145 capi, o quelli di razza Pontremolese, di cui sono rimasti appena 46 esemplari.
A rischio non c’è solo la biodiversità, ma anche il presidio del territorio, dove la manutenzione è garantita proprio dall’attività di allevamento e di pastorizia, con il lavoro silenzioso di pulizia e di compattamento dei suoli svolto dagli animali.

Il lavoro degli allevatori e dei pastori italiani è una fetta importante della produzione agroalimentare Made in Italy, per un comparto economico che vale 17,3 miliardi di euro e rappresenta il 35% dell’intera agricoltura nazionale, con un impatto rilevante anche dal punto di vista occupazionale con circa 800mila persone al lavoro. La scomparsa della Fattoria Italia fa aumentare la dipendenza dall’estero, che ha già raggiunto livelli preoccupanti. I consumi degli italiani sono infatti composti da prodotti in larga parte importati:

  • 42% di latte
  • 40% carne di maiale e bovina
  • 30% carne ovicaprina
  • 10% carne coniglio.

E proprio per il latte è allarme rosso: nelle stalle nazionali i prezzi pagati nel 2015 agli allevatori sono stati tagliati di circa il 20%, senza alcun beneficio economico per i consumatori. Il prezzo riconosciuto agli allevatori non copre neanche i costi di produzione e spinge verso la chiusura migliaia di fattorie, che a breve dovranno confrontarsi anche con la fine del regime delle quote, di cui non potranno più beneficiare a partire dal 31 marzo 2015, dopo oltre 30 anni di finanziamenti.

Occorre intervenire a livello comunitario e nazionale per preparare con strumenti adeguati un atterraggio morbido all’uscita del sistema delle quote” ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo, nel sottolineare che sotto accusa è anche “la mancanza di trasparenza nell’informazione ai consumatori che favorisce la concorrenza sleale di latte e carne a basso prezzo importati dall’estero”. Moncalvo ha inoltre denunciato che “gli inganni del finto Made in Italy sugli scaffali riguardano 2 prosciutti su 3 venduti come italiani, ma provenienti da maiali allevati all’estero, ma anche 3 cartoni su 4 di latte a lunga conservazione, che sono stranieri senza indicazione in etichetta, e la metà delle mozzarelle che sono fatte con latte o addirittura cagliate straniere”.

Attualmente in Italia non è obbligatorio indicare in etichetta la provenienza del latte a lunga conservazione e neanche l’origine del latte di mucca, pecora o capra impiegato nei formaggi. La mancanza di trasparenza sulla reale origine degli alimenti colpisce anche la carne di coniglio, pecora, capra o maiale, in vendita come fresca o anche trasformata. Le importazioni di carne dall’estero, che vengono utilizzate per realizzare falsi salumi italiani di bassa qualità, fanno concorrenza sleale ai prelibati prodotti della norcineria nazionale. In Italia sono state importate 57 milioni di cosce di maiali, destinate alla stagionatura o cotte per essere servite come prosciutto Made in Italy, a fronte di una produzione nazionale di 24,5 milioni. Per quanto riguarda il latte a lunga conservazione, su un consumo di 2,05 milioni di tonnellate solo mezzo milione è di provenienza italiana, mentre il resto è stato semplicemente confezionato nel Bel Paese o addirittura è arrivato già confezionato. Ad essere importati sono anche semilavorati (come cagliate, polvere di latte, caseine e caseinati) che vengono utilizzati per produrre, all’insaputa del consumatore, formaggi di fatto senza latte.
Tutto ciò ha un impatto estremamente negativo sul lavoro e sull’economia del Paese, che dovrebbe puntare proprio sull’agricoltura nazionale e sui prodotti tricolori d’alta qualità per una ripresa economica.