Siccità: con il Po in secca a rischio 1/3 del Made in Italy agroalimentare

mercoledì 6 settembre 2017 di Staff Giovani Impresa

Fiume PoFiume Po

Siccità e conseguenti danni: circa 16 milioni di persone vivono lungo il bacino del Po dove la secca mette a rischio oltre un terzo della produzione agricola italiana, così come più della metà degli allevamenti. E’ quanto si afferma in riferimento agli effetti della siccità sulle sorgenti del più grande fiume italiano dove ai 2.020 metri di quota del Pian del Re, alla base del Monviso, accanto alla pietra scolpita con la celebre frase “Qui nasce il Po”, dalla roccia non esce una goccia d’acqua. La siccità ha colpito la food valley italiana mettendo in pericolo l’agricoltura ed il suo indotto dal quale dipendono centinaia di migliaia di posti di lavoro. Sotto assedio sono territori dove sono concentrate coltivazioni dei prodotti base della dieta mediterranea, dal grano al pomodoro fino alla frutta, ma anche granturco e foraggio per nutrire gli animali negli allevamenti che producono latte per i principali formaggi Dop italiani e forniscono le cosce per prosciutti Dop di Parma e di Modena e carne per salumi Dop come il Culatello di Zibello.

Il livello idrometrico del fiume Po che al Ponte della Becca ha raggiunto i -2,67 metri, mostra gli effetti dall’andamento climatico anomalo dell’estate  2017 segnata dalla caduta del 41% in meno di precipitazioni, che si classifica come la quarta più siccitosa di sempre, ma che conquista anche il posto d‘onore per il caldo con una temperatura media superiore di 2,48 gradi alla media, inferiore solo a quella registrata nel 2003, secondo le elaborazioni Coldiretti sui dati del Cnr. Il risultato è che circa 2/3 del territorio nazionale è colpito dalla siccità con ben 11 regioni per le quali si sta valutando la richiesta dello stato di calamità a seguito delle eccezionali avversità atmosferiche in Emilia Romagna, Veneto, Toscana, Marche, Lazio, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna e nella Provincia autonoma di Trento. Una richiesta supportata dagli oltre 2 miliardi di danni provocati alle coltivazioni e agli allevamenti. Si è verificato il contenimento produttivo di tutti prodotti base della dieta mediterranea con il raccolto di pomodoro per passate, polpe, concentrati e sughi da conserve che è stimato in calo del 12% rispetto allo scorso anno, mentre per il grano duro da pasta si prevede una contrazione media attorno al 10%, il raccolto di mele tagliato del 23% con punte del 60% in Trentino, la vendemmia è ridotta del 25% e la campagna di raccolta delle olive 2017/18 si prospetta una delle peggiori degli ultimi decenni forse addirittura inferiore all’annata pessima in termini quantitativi dello scorso anno con 182 mila tonnellate.

A subire gli effetti sono anche gli animali perché la siccità ha tagliato il foraggio per l’alimentazione del bestiame con prati e pascoli secchi mentre il caldo stressa le mucche che producono fino al 20% di latte in meno, mentre le api hanno sofferto le diffuse gelate primaverili a cui ha fatto seguito il caldo e la siccità con i fiori secchi per la mancanza di acqua ed i violenti temporali estivi con la produzione di miele che è più che dimezzata rispetto alla media, per un totale quest’anno attorno alle diecimila tonnellate, uno dei risultati peggiori della storia dell’apicoltura moderna da almeno 35 anni. Di fronte allo stravolgimento del clima è necessario passare dalla gestione dell’emergenza con enorme spreco di risorse, per abbracciare una nuova cultura delle prevenzione in un Paese che resta piovoso con circa 300 miliardi di metri cubi d’acqua che cadono annualmente, ma che, per le carenze infrastrutturali, ne trattiene solo l’11%. Occorrono interventi di manutenzione, risparmio, recupero e riciclaggio delle acque con le opere infrastrutturali, potenziando la rete di invasi sui territori, creando bacini aziendali e utilizzando anche le ex cave e le casse di espansione dei fiumi per raccogliere l’acqua piovana.