UE: patto Italia-Francia contro i cibi della vergogna

lunedì 22 ottobre 2018 di Redazione Giovani Impresa

Patto Italia-Francia contro i cibi della vergognaPatto Italia-Francia contro i cibi della vergogna

Alleanza italo francese contro le importazioni in Europa di prodotti che non rispettano diritti umani e dei lavoratori e che mettono a rischio l’ambiente e la salute dei consumatori. L’accordo fra Coldiretti e Fnsea (la maggiore associazione di rappresentanza degli agricoltori francesi) è stato firmato in occasione della presentazione della tavola della vergogna al Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione tenutosi sabato 20 ottobre a Cernobbio. “Non possiamo accettare che la liberalizzazione del commercio mondiale porti ad accordi asimmetrici, fondati su un modello omologante e non trasparente, che non riconosce la diversità, che non valorizza la qualità, e che non difende gli standard ambientali, il rispetto del lavoro, i diritti delle persone. Caratteristiche esaltate dal modello produttivo europeo, non solo agricolo – spiegano Roberto Moncalvo, Presidente di Coldiretti e Christiane Lambert Presidente di Fnseaal protezionismo e al liberismo senza regole proponiamo un’alternativa che promuova un equilibro tra la necessaria apertura al mercato e la protezione degli interessi economici, nel rispetto delle persone e dell’ambiente”.

In risposta alla crisi del sistema commerciale multilaterale, l’UE ha inaugurato una stagione di accordi commerciali squilibrati che penalizzano l’agricoltura europea attraverso la legittimazione di regole di produzione non sostenibili sia dal punto di vista ambientale che sul fronte dei diritti dei lavoratori. Ad esempio il Ceta, l’accordo di libero scambio con il Canada, prevede l’ingresso in Europa di prodotti agricoli trattati con molecole risalenti agli anni ’70 e vietate in Europa da almeno 20 anni e ancora in Canada è consentito l’utilizzo della streptomicina un antibiotico per la lotta alla batteriosi di alcune colture. L’Australia sta negoziando con l’UE un accordo commerciale che permetterà l’ingresso in Europa di diversi prodotti agricoli australiani, anche se nel Paese si fa largo uso di atrazina e altri erbicidi e insetticidi vietati in Europa. Il Brasile sta negoziando, in ambito Mercosur, un accordo con l’UE che agevolerebbe l’entrata in Europa di diversi prodotti agricoli brasiliani, nonostante nel Paese la tracciabilità della carne non sia garantita, e vi siano stati scandali recenti quali ad esempio l’operazione “Carne Fraca”.

Ma accordi squilibrati penalizzano l’agricoltura europea, accettando regole di produzione che favoriscono lo sfruttamento delle persone come avviene in Birmania che gode del regime EBA, con la possibilità di esportare in Europa riso a dazio zero per la cui produzione si registrano nel Paese casi di sfruttamento del lavoro minorile, episodi di lavoro forzato, nonché violenze contro la minoranza Rohingya. Allo stesso modo, pratiche di sfruttamento minorile si verificano in Brasile, che negozia con l’Unione europea, in ambito Mercosur, un contingente di esportazione di carne bovina a dazio agevolato; in Vietnam che ha raggiunto un accordo commerciale con l’UE, in attesa di adozione, che prevede un contingente di esportazione di riso a dazio zero e in Messico che ha raggiunto un accordo commerciale preliminare con l’UE, che prevede un contingente di esportazione per lo zucchero. La corsa alla globalizzazione sta creando un commercio di prodotti che non rispettano le norme minime di produzione, ambientali, sociali e sanitarie, circolano liberamente a prezzi non concorrenziali che mettono in ginocchio i nostri agricoltori. L’eccessiva lunghezza dei tempi di attivazione della clausola di salvaguardia è un ostacolo che necessita una riflessione a livello UE su strumenti più rapidi di blocco delle importazioni nel caso di rischi per la salute dei consumatori e dei lavoratori o per la salvaguardia dell’ambiente.

La mancanza di trasparenza che di fatto legittima l’anonimato del cibo che arriva sulle tavole dei consumatori, grazie all’assenza di legislazione europea che obblighi ad indicare l’origine degli alimenti per permettere ai consumatori scelte informate, vanifica gli sforzi dei nostri agricoltori per produrre cibi sani e di qualità. L’iniziativa europea dei cittadini “EatORIGINal” (un’alleanza di organizzazioni di agricoltori e consumatori di Francia, Italia, Spagna, Grecia, Polonia, Svezia e Belgio), appena registrata dalla Commissione, testimonierà la nostra forte mobilitazione in materia. “FNSEA e Coldiretti dicono “NO” a questa politica della liberalizzazione a tutti i costi e chiedono con forza una nuova strategia commerciale, che promuova accordi ambiziosi sì, ma anche ragionevoli, equilibrati e regolamentati, risolvendo quelle incoerenze che mettono a repentaglio il futuro delle aziende agricole ed agroalimentari europee” spiegano Roberto Moncalvo, Presidente di Coldiretti e Christiane Lambert, Presidente di Fnsea.

Per questo deve essere realizzato uno studio di impatto approfondito per ogni accordo commerciale, che tenga conto di tutti i settori sensibili, anche a costo di rallentare la procedura di negoziazione e arrivare a escludere settori specifici. I negoziati commerciali internazionali sono altamente complessi e hanno bisogno di tempo, come constatiamo in ogni negoziato. Nel caso della Brexit abbiamo davanti a noi un calendario molto serrato e molte incertezze per questo riteniamo opportuno sospendere tutti gli altri negoziati con i Paesi terzi, in modo da non subire danni collaterali e gestire al meglio le sfide poste dall’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Nell’ambito dei negoziati con i Paesi terzi, l’UE dovrebbe poi proteggere il sistema delle indicazioni geografiche nel suo insieme e non di singole denominazioni. Sono inaccettabili accordi che di fatto legalizzano e legittimano le evocazioni di prodotti alimentari che godono della protezione dell’UE quanto alla loro origine e qualità, dal Parmesan al Munster, dal Compté all’Asiago alla Fontina, nonché altre innumerevoli deroghe che, come nel caso dell’accordo con Singapore, sanciscono la possibilità di non proteggere un’indicazione geografica in presenza di un marchio “famoso, rinomato, ben conosciuto” se la protezione dell’indicazione geografica potrebbe confondere il consumatore.

L’Unione europea dovrebbe poi semplificare le procedure di attivazione della clausola di salvaguardia, accelerando i tempi di attivazione dell’investigazione. In aggiunta a questo, l’Unione europea dovrebbe introdurre nuovi strumenti atti a bloccare le importazioni quando Paesi non-UE applicano misure di dumping sociale e ambientale, causando una perdita di competitività degli agricoltori europei. In particolare risulta inaccettabile che gli accordi commerciali non tengano conto il nostro modello sociale di protezione dei lavoratori e di lotta contro le violenze sulle minoranze. Bisogna garantire sempre ai Parlamenti nazionali l’ultima parola su tutti gli accordi commerciali stipulati dall’UE con i Paesi terzi e non alimentare e bloccare pratiche sleali che generano una distorsione della concorrenza e tenendo conto delle condizioni sociali in cui i lavoratori vengono costretti a produrre e gli standard ambientali della produzione

A ciò si aggiunge anche il pericoloso diffondersi di sistemi di informazione fuorviante sulle qualità intrinseche dei prodotti che vanno spesso a penalizzare prodotti europei universalmente riconosciuti per gli effetti benefici sulla salute, se consumati in maniera corretta nel quadro di un’alimentazione diversificata ed equilibrata. Il proliferare di sistemi di etichettatura a semaforo semplificata anche fuori dai confini dell’UE mette a rischio tutto il sistema agroalimentare europeo. I negoziati commerciali dovrebbero tenere in alta considerazione anche l’effetto di tali potenziali barriere commerciali non tariffarie. “Un’informazione chiara e onesta – concludono Moncalvo e Lambert – permette di riconoscere gli sforzi e gli impegni profusi dagli agricoltori, rafforzando il legame di fiducia con il consumatore e valorizzando la tracciabilità delle nostre filiere”.