Made in Italy, opportunità e sfide moderne per l’agroalimentare

mercoledì 22 febbraio 2017 di Redazione Giovani Impresa

Made in Italy, campo di granoMade in Italy, campo di grano

Il Made in Italy, soprattutto quello alimentare, è da sempre sinonimo di qualità e sicurezza per i consumatori di tutto il mondo. Una fama duramente conquista che ha premiato gli sforzi dei tanti che ci hanno creduto; di fatto, il 2016 si annovera tra gli anni d’oro per il settore, con l’agroalimentare che fa da volano alla produzione industriale con un balzo del +6% rispetto allo scorso anno e  un export cresciuto del 3% per un valore di 38 miliardi di euro. Positivi anche i dati di consumo interno dove l’agroalimentare rappresenta la principale voce spesa per le famiglie, tra l’altro sempre più attente ad un’alimentazione sana, equilibrata e di qualità.

Il comparto agricolo sta vivendo un momento di riscoperta e grande interesse tra i giovani dove si registra, dati alla mano, un vero e proprio boom nel ritorno alla terra soprattutto al Sud dove sono salite a 26587 le imprese condotte da under 35. Questa tendenza è stata favorita da diversi fattori in primis l’affermazione di un nuovo modello basato su tradizione, multifunzionalità ed innovazione che ha trovato tra i giovani terreno fertile per la realizzazione dei più svariati progetti d’impresa.

Nonostante ciò, tante sono le sfide quotidiane che l’agroalimentare, ed in modo particolare il settore agricolo, deve affrontare.

Per quanto riguarda l’estero il nemico principale resta ancora la contraffazione ed in modo particolare l’Italian sounding che ad oggi vale 16 miliardi di euro. Sul fronte delle esportazioni, l’embargo russo prima e la Brexit poi hanno rappresentano battute d’arresto ad un fenomeno che vede i consumatori stranieri sempre più desiderosi di acquistare il vero Made in Italy. Ultima “vittima” della Brexit è l’olio di oliva che, dopo un aumento del 6% nella prima metà del 2016, ha registrato a fine anno un crollo dei consumi pari al 13%. Un danno considerevole se si pensa che nel 2015 gli acquisti dell’oro italiano nel Regno Unico avevano fatto segnare un valore delle esportazioni di 57 milioni. In generale, per il Made in Italy con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ci sono in gioco 3,2 miliardi di valore delle esportazioni raggiunto del 2016 tra bevande e alimenti.

Dall’esterno giungono altri allarmi dettati in modo particolare dall’importazione “selvaggia” di alcuni prodotti, grazie soprattutto alla concessione di tariffe doganali speciali o a dazio zero che stanno mettendo in ginocchio interi comparti dell’agroalimentare italiano nonché ponendo a serio rischio la salute dei consumatori europei. E’ stato prima il caso dei pomodori dal Marocco, poi dell’olio dalla Tunisia adesso ad essere colpito è il riso con un aumento delle importazioni nel 2016 del 489% dal Vietnam e del 46% dalla Thailandia.

L’aumento record del 21% delle importazioni ha fatto scattare ben 12 allerte sanitarie da contaminazione per il riso e i prodotti a base di riso da Paesi extracomunitari; si tratta infatti di partite “fuorilegge” pericolose per la salute dei cittadini riguardano la presenza irregolare di residui antiparassitari, di aflatossine cancerogene o altre tossine oltre i limiti, infestazioni da insetti, livelli fuori norma di metalli pesanti o la presenza di OGM proibiti in Italia e in Europa.

In un mondo sempre più globalizzato il comparto agricolo deve fare i conti anche con le grandi multinazionali del cibo; a seguito della recente offerta di fusione tra Kraft e Unilever dieci multinazionali del cibo nel pianeta attraverso 500 marchi controllano il 70% del mercato alimentare, con pesanti effetti sui rapporti contrattuali con il settore agricolo frammentato in 570 milioni di aziende agricole nel mondo.

Ultimo ma non certo per importanza, il fenomeno delle Agromafie. Dalle infiltrazioni nel settore ortofrutticolo del clan Piromalli all’olio extra vergine di oliva di Matteo Messina Denaro fino alle imposizioni della vendita di mozzarelle di bufala del figlio di Sandokan del clan dei casalesi e del pizzo sui pescatori, la criminalità nell’agroalimentare sviluppa un business stimato in 16 miliardi, tra mafia ‘ndrangheta e camorra.

La malavita si appropria di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale, soffocando l’imprenditoria onesta, compromettendo in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani e il valore del marchio Made in Italy.

In considerazione dell’apporto del Made in Italy all’economia del nostro Paese, da anni Coldiretti si batte affinché vengano adottate politiche volte garantire  legalità, trasparenza ed eque condizioni sui mercati.