Listeria: 402 mln kg di verdure surgelate, no allarmismi sì etichetta origine

Listeria: 402 mln kg di verdure surgelate, no allarmismi sì etichetta origine

lunedì 9 luglio 2018 di Redazione Giovani Impresa

zuppa di verdurazuppa di verdura

Il ritiro di lotti contaminati dalla Listeria in Italia ed in tutta Europa è purtroppo solo l’ultimo della serie di allarmi alimentari che si propagano rapidamente in Europa, iniziati con la mucca pazza fino a coinvolgere il latte per l’infanzia. Allarmi che hanno mostrato ancora una volta l’importanza di garantire una corretta informazione con l’obbligo di indicare in indicare in etichetta l’origine di tutti gli alimenti nonché la necessità di togliere il segreto sui flussi commerciali con l’indicazione pubblica delle aziende che importano i prodotti dall’estero per consentire interventi rapidi e mirati.

E’ quanto afferma la Coldiretti in occasione degli annunci da parte della Findus e della catena distributiva Lidl del ritiro di lotti di minestrone, mais e verdure surgelate per il rischio di contaminazione da Listeria segnalata dall’azienda belga Greenyard. La stessa Greenyard ha peraltro annunciato il ritiro anche di prodotti surgelati a marchio Freshona nei punti vendita Lidl della sola Sicilia.  Occorre, dunque, evitare pericolosi allarmismi in un situazione in cui gli italiani hanno consumato 402,5 milioni di chili di vegetali surgelati nel 2017 con un aumento dell’1,8% rispetto all’anno precedente, dovuto proprio alla crescita a tavola dei vegetali naturali e in particolare delle zuppe, dei passati e dei minestroni.

Al contrario, sono difficoltà di rintracciare rapidamente i prodotti a rischio di contaminazione per toglierli dal commercio a destare maggiori preoccupazioni dato che provocano un calo di fiducia e di conseguenza un taglio generalizzato dei consumi che spesso ha messo in difficoltà ingiustamente interi comparti economici, con la perdita di posti di lavoro.

Di fronte all’atteggiamento incerto e contraddittorio dell’Unione Europea che obbliga ad indicare l’origine in etichetta per le uova ma non per gli ovoprodotti, per la carne fresca ma non per quella trasformata in salumi, per l’ortofrutta fresca ma non per i succhi, le conserve di frutta o per gli ortaggi conservati, l’Italia, leader europeo nella trasparenza e nella qualità, ha il dovere di fare da apripista nelle politiche alimentari comunitarie anche con una profonda revisione delle norme comunitarie.

Un’esigenza dinanzi a rischi alimentari in una situazione in cui sono stati 2.925 gli allarmi scattati nell’Unione Europea in un anno.  La contaminazione di lotti di minestrone da Listeria è come detto solo l’ultimo caso di emergenza alimentare. L’inizio del secolo è stato segnato dalla mucca pazza del 2001 che è quella che ha pesato di più sulla filiera alimentare ma che ha anche rappresentato una volta nelle politiche comunitarie con misure di prevenzione e trasparenza come l’obbligo di indicare in etichetta l’origine della carne. Nel 2008 è stata invece la volta della carne alla diossina dal nord Europa seguito della contaminazione nei mangimi, e del latte alla melamina che dalla Cina si è diffuso in tutto il mondo.  Due anni più tardi (2010) è arrivata la mozzarella blu a spaventare i consumatori italiani mentre nell’estate del 2011 è comparso il batterio killer, che fece salire ingiustamente i cetrioli sul banco degli imputati e poi nel 2013 è stata la volta delle polpette di carne di cavallo spacciata per manzo, nel 2017 delle uova al Fipronil e nel 2018 il ritiro di oltre 12 milioni di scatole di latte in polvere per l’infanzia francese dello stabilimento di Craon della Lactalis rischio salmonella in 83 Paesi.

In tutti i casi è emerso evidente che con la globalizzazione degli scambi commerciali e delle informazioni le emergenze si diffondono rapidamente nei diversi Paesi e continenti e che le maggiori preoccupazioni sono determinate dalla difficoltà di rintracciare rapidamente i prodotti a rischio per toglierli dal commercio, con pericolose conseguenze per la salute dei cittadini ma anche sul piano economico per gli effetti sui consumi poiché non si riesce a confinare l’emergenza.