Crisi: chiuse 60 aziende al giorno, Expo occasione di cambiamento

lunedì 9 febbraio 2015 di Staff Giovani Impresa

agricoltura

Con la chiusura in media di 60 aziende al giorno, l’agricoltura italiana si presenta all’Expo 2015 con 155mila imprese in meno rispetto all’inizio della crisi nel 2007, e non può permettersi di perdere l’opportunità di rilancio offerta dalla grande esposizione universale. È quanto ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo in occasione dell’evento Le idee di Expo 2015 – verso la carta di Milano, organizzata dal Ministero delle Politiche Agricole. Moncalvo ha annunciato che, dopo la protesta del latte, la mobilitazione della Coldiretti si estende per difendere l’economia e il lavoro delle campagne dalle importazioni di bassa qualità, che ogni giorno varcano i confini nazionali e sono spacciate per Made in Italy.
L’Expo – ha sottolineato Moncalvo – rappresenta un’occasione imperdibile per cambiare definitivamente verso al sistema agroalimentare, in una situazione in cui dall’inizio della crisi è crollato il numero di imprese agricole, con l’aumento della dipendenza dai prodotti agricoli che arrivano dall’estero. La chiusura di un’azienda agricola significa maggiori rischi sulla qualità degli alimenti che si portano a tavola e minor presidio del territorio, lasciato all’incuria e alla cementificazione.

L’appuntamento di Milano è un’occasione per combattere concretamente i due furti ai quali è sottoposta giornalmente l’agricoltura nazionale: da una parte quello di identità e di immagine, che vede sfacciatamente immesso in commercio cibo proveniente da chissà quale parte del mondo come italiano; dall’altra il furto di valore aggiunto, che vede sottopagati i prodotti agricoli senza alcun beneficio per i consumatori per colpa di una filiera inefficiente.
Per questo è necessario – ha aggiunto Moncalvo – avviare un percorso di collaborazione con tutti i soggetti che hanno a cuore il patrimonio agroalimentare italiano, come complesso di prodotti che ne costituiscono la massima espressione qualitativa e dei valori immateriali, a partire dalle associazioni dei consumatori, dell’ambiente e della società civile.
Contiene materie prime straniere circa 1/3 (33%) della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari venduti in Italia ed esportati con il marchio Made in Italy, all’insaputa dei consumatori e a danno delle aziende agricole. Gli inganni del finto Made in Italy sugli scaffali riguardano 2 prosciutti su 3 venduti come italiani, ma provenienti da maiali allevati all’estero, ma anche 3 cartoni di latte a lunga conservazione su 4, che sono stranieri senza indicazione in etichetta, oltre 1/3 della pasta ottenuta da grano che non è stato coltivato in Italia all’insaputa dei consumatori, e la metà delle mozzarelle che sono fatte con latte o addirittura cagliate straniere. Con l’Expo dobbiamo portare – continua il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo – il valore aggiunto della trasparenza con l’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti. Ma è necessario che siano anche resi trasparenti i flussi commerciali con il superamento del segreto sulle aziende che importano materie prime dall’estero.

L’appello di Papa Francesco a ripensare a fondo il sistema di produzione e di distribuzione del cibo, ci conforta nel nostro impegno per dare un adeguato riconoscimento economico e sociale del lavoro nei campi dove – ha sottolineato Moncalvo – pesano gli effetti di una globalizzazione senza regole, che favorisce lo sfruttamento, la speculazione sul cibo e sottopaga i nostri prodotti. Il risultato è che per ogni euro speso dai consumatori italiani per acquistare alimenti, appena 15 centesimi arrivano nelle tasche degli agricoltori.
L’Italia ha perso negli ultimi 20 anni il 15% delle campagne, per effetto della cementificazione e dell’abbandono, provocati da un modello di sviluppo sbagliato che ha ridotto di 2,15 milioni di ettari la terra coltivata. Ogni giorno viene sottratta terra agricola per un equivalente di circa 400 campi da calcio (288 ettari), con il risultato che in Italia oltre 5 milioni di cittadini si trovano in zone esposte al pericolo di frane e alluvioni, che riguardano ben il 9,8% dell’intero territorio nazionale. Per proteggere il territorio e i cittadini, l’Italia deve difendere il proprio patrimonio agricolo e la propria disponibilità di terra fertile con un adeguato riconoscimento dell’attività agricola, che ha visto chiudere 1,2 milioni di aziende negli ultimi 20 anni.

Nei cittadini, come nella classe dirigente, sta però crescendo finalmente la cultura del valore dell’agroalimentare, della salvaguardia del territorio e del cibo, che è una delle poche leve per tornare a crescere. Lo dimostra anche la decisione di mantenere in Italia il divieto di coltivare Ogm, come chiedono quasi 8 italiani su 10, che rappresenta un ottimo biglietto da visita per il Made in Italy alimentare in vista dell’Expo – ha concluso Moncalvo, in riferimento alla sentenza del Tar e alla recente firma da parte del  ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, del Ministro delle politiche agricole Maurizio Martina e di quello dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, del decreto che sancisce il divieto di coltivazione di mais Ogm MON810 per un ulteriore periodo di 18 mesi, in attesa del via libera finale alla direttiva Europea.
In questo senso – ha precisato Moncalvo – abbiamo accolto con grande favore anche la decisione del Ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, di avviare una consultazione pubblica online per sostenere l’indicazione di origine negli alimenti e spingere a livello europeo per rendere le etichette più trasparenti. Un’opportunità per accelerare un percorso dal quale dipende la sopravvivenza dell’agricoltura italiana.

Oggi in Italia la metà della spesa è anonima, anche se il nuovo regolamento comunitario entrato in vigore il 13 dicembre prevede che, a partire dal prossimo 1 aprile 2015, dovranno essere indicate in etichetta luogo di allevamento e di macellazione di carni suine e ovi-caprine. In Europa è in vigore l’obbligo di indicare l’origine della carne bovina dopo l’emergenza mucca pazza mentre dal 2003, come di indicare varietà, qualità e provenienza nell’ortofrutta fresca. Dal 1 gennaio 2004 esiste inoltre il codice di identificazione per le uova, a partire dal primo agosto 2004 l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine in cui il miele è stato raccolto e dal 1° luglio 2009 anche l’origine delle olive impiegate nell’olio. Ma l’etichetta resta anonima oltre che per gli altri tipi di carne, per i salumi, i succhi di frutta, la pasta e i formaggi. L’Italia, sotto il pressing della Coldiretti, è all’avanguardia in questo percorso: il 7 giugno 2005 è scattato l’obbligo di indicare la zona di mungitura o la stalla di provenienza per il latte fresco, dal 17 ottobre 2005 l’obbligo di etichetta per il pollo Made in Italy dopo l’emergenza dell’influenza aviaria, mentre a partire dal 1 gennaio 2008 l’obbligo di etichettatura di origine per la passata di pomodoro.

LA METÀ DELLA SPESA DEGLI ITALIANI RESTA ANONIMA (Fonte: Elaborazioni Coldiretti)

Cibi con l’indicazione di provenienza E quelli senza
Carne di pollo e derivati Pasta
Carne bovina Carne di maiale e salumi
Frutta e verdura fresche Carne di coniglio
Uova Frutta e verdura trasformata
Miele Derivati del pomodoro diversi da passata
Passata di pomodoro Formaggi
Latte fresco Derivati dei cereali (pane, pasta)
Pesce Carne di pecora e agnello
Extravergine di oliva Latte a lunga conservazione
Concentrato di pomodoro e sughi pronti