Campari cede quattro marchi all’estero

giovedì 5 ottobre 2017 di pamela.depasquale

Campari cede 4 brand all'estero

Anche Campari cede Lemonsoda, Oransoda, Pelmosoda e Mojito Soda, che vanno all’estero. Ormai tre marchi storici del Made in Italy alimentare su quattro sono già in mani straniere che oggi estendono il proprio controllo anche ai 4 brand italiani venduti alla danese Royal Unibrew A/S. Un’operazione che segue di poco quest’anno l’acquisizione da parte di Associated British Foods (Abf) di Acetum spa, principale produttore italiano dell’Aceto Balsamico di Modena Igp.
Ancora prima c’è stato il passaggio nelle mani dei giapponesi di Asahi della Peroni, dopo varie vicissitudini che l’aveva fatta entrare nell’orbita del gruppo sudafricano Sab Miller. Lo scorso anno c’è stata la vendita della catena di gelaterie torinesi Grom, alla multinazionale Unilever. Alla fine del 2014 la maggioranza del Gruppo oleario toscano Salov, proprietario dei marchi Sagra e Filippo Berio è passata nelle mani del Gruppo cinese Yimin. Mentre, sempre nel 2014, l’antico Pastificio Lucio Garofalo ha siglato un accordo preliminare per l’ingresso nella propria compagine azionaria, con il 52 per cento del capitale sociale, di Ebro Foods, gruppo multinazionale spagnolo che opera nei settori del riso, della pasta e dei condimenti, quotato alla Borsa di Madrid e Bertolli, Carapelli e Sasso sono entrate a far parte del fondo statunitense CVC Capital Partners, che lo ha “strappato” al gruppo spagnolo SOS.
Al di là dell’ultimo episodio legato alla Campari, nell’ultimo decennio gli stranieri hanno acquisito quote di proprietà nei principali settori dell’agroalimentare italiano, dalla pasta all’olio, dalle conserve di pomodoro agli spumanti, dai gelati ai salumi fino ai biscotti. Uno shopping senza freno che è stato peraltro accompagnato solo da sporadiche azioni dell’Italia all’estero dove spesso sono stati frapposti ostacoli. Purtroppo il cambiamento di proprietà ha significato spesso lo spostamento delle fonti di approvvigionamento della materia prima a danno dei coltivatori italiani che offrono un prodotto di più alti standard qualitativi, ma anche a volte lo svuotamento finanziario delle società acquisite, delocalizzazione della produzione, chiusura di stabilimenti e perdita di occupazione.